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a Quaremma è la moglie di Carnevale, vestita a lutto perché rimasta vedova dopo il Martedì Grasso. Figura simbolica della tradizione popolare, rappresenta l’inizio della Quaresima, tempo di penitenza e riflessione dopo i giorni di festa.
Un tempo il Carnevale iniziava il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate — “ti Sant’Antueni maschiri e seuni” — e si concludeva con il Martedì Grasso. Poi compariva lei, la Quaremma: fantoccio appeso per le vie del paese, memoria viva di una cultura tramandata di generazione in generazione.
L’Oratorio S.I.N.G. da qualche anno ha recuperato questa bellissima tradizione. Quando eravamo bambini contavamo decine di Quaremme appese nelle strade; negli ultimi anni, appena un paio.
Per questo chiediamo a tutti gli oritani di non delegare solo alla nostra associazione questa tradizione, ma di tornare a costruire e appendere le Quaremme nelle proprie vie. Facciamolo per i nostri nonni. Facciamolo per i nostri figli.
“Il fantoccio aveva, attaccato alla cintola, uno spago con sette frisoddi (tarallucci insipidi, di pasta cotta al fuoco), due bottigliette, una piena di olio e un’altra d’aceto; una variante dei tarallucci potevano essere li còculi (fichi secchi). Inoltre il suo corredo è completato da fusu (fuso), macennula (l’arcolaio), matassaru (aspo), còzzica (base di legno per l’incannatoio) e ‘ndriaturu (l’incannatoio). Il fantoccio simboleggia la vedova di Carnevale a cui, avendo dilapidato tutto il patrimonio in pranzi e feste, egli ha lasciato i debiti da pagare. Gli abiti neri indicano il lutto che porta per la morte del marito; gli attrezzi indicano il duro lavoro che deve fare per risarcire i debitori; i sette tarallucci indicano la misera quantità di cibo che le spetta nel periodo di Quaresima (infatti si toglie un taralluccio a settimana); l’olio deve servire ad alimentare, di notte, la lampada per finire il lavoro; l’aceto indica la ristrettezza della vita che deve condurre. Questa l’interpretazione popolare di una simbologia che nasce per imitazione dei dettami penitenziari propri della Quaresima che prevedevano digiuni e veglie, privazioni e sacrifici, quale ascetica preparazione alla Resurrezione di Cristo” (dal libro “Ad Oria Cristo scende il Giovedì” del Prof. Pino Malva).
